Exodia, il più potente degli Dei.

Colui che in una notte sconfisse cento eserciti.

Colui che doveva essere diviso in cinque parti per essere contenuto.

Condizioni ambientali. Beta. Preparazione fisica. Materiale. Presenza mentale.

Qualsiasi progetto, su qualsiasi grado, prevede che ci siano questi cinque elementi in costante equilibrio tra loro. Ovviamente, più ci si avvicina al limite umano, più l’equilibrio diviene instabile. Più si va al limite, più si deve ricercare la perfezione.

Iniziamo quindi a sezionare il mostro Exodia

Parte I. Condizioni ambientali

“C’era la condizione che c’è una volta l’anno.” (Elias Iagnemma, comunicazione privata, dopo la salita).

Exodia è un boulder che si trova in Piemonte, sulla strada che porta al rifugio Barbara, un luogo magico. Grazie al lavoro di alcuni climber tra cui Christian Core (campione del mondo nel 2003), il Barbara è diventato molto conosciuto e conta tra i suoi passaggi alcune pietre miliari del sassismo italiano, tra cui Chimera (8C). Nelle sue esplorazioni, Christian vide questo tetto a bordo strada, intuì che potesse essere possibile, ma dopo poco abbandonò il “cantiere”. Diversi climber nel tempo raccolsero questo testimone-sfida, ma nessuno riuscì a risolvere l’assurdo puzzle. Nel 2021, Elias Iagnemma si incuriosì e trascinò i suoi pad sotto questo imponente tetto. Una sessione, due, tre, dieci, cento…duecento sessioni dopo Elias parte, e sono passati quattro anni. Il flow è perfetto, arriva in cima, c’è l’ultima presa che lo attende. La condizione però è troppo secca: la gomma non ha grip sufficiente, Elias deve accontentarsi del contatto col terreno.

Per capire a fondo quanto incida la condizione ambientale su un passaggio boulder di questo grado, occorre capire il concetto stesso di “condizione ambientale”: l’insieme di tutti i fattori meteorologici (tra i quali temperatura, vento, umidità) la cui interpretazione rende perfetto il momento per scalare quel determinato passaggio, consentendo al climber di ottimizzare il grip con la roccia. Nella maggior parte dei casi, la condizione si riferisce più che altro agli arti superiori, ma su Exodia il mix dev’essere bilanciato con il grip della gomma. Senza l’aderenza ottimale di scarpe e ginocchiere infatti, l’impegno fisico risulta inarrivabile. Trovare le condizioni ideali però non è sempre facile. La roccia che ospita il boulder (ad ora) più duro del mondo è il serpentino. Il serpentino, o meglio la Serpentinite, si forma attraverso un processo geologico chiamato serpentinizzazione, che è un metamorfismo idrotermale a bassa temperatura di rocce ultramafiche (molto ricche di magnesio e ferro e povere di silice). Durante questo processo, l'acqua reagisce con i minerali primari (olivina e pirosseni) convertendoli in minerali serpentini, spesso con un aumento di volume che può creare fratture nella roccia circostante. Molte delle prensioni che compongono Exodia sono infatti derivanti da crepe, contrariamente a quanto avviene ad esempio sul calcare, dove le prese sono sedimentazioni o buchi. La peculiarità della serpentinite risiede poi nel grip, che è praticamente assente. In condizione di forte secco, le prese tendono a “vetrarsi”, risultando particolarmente ostiche da tenere.

Parte II. Materiale

In Exodia il materiale tecnico non risulta un facilitazione, risulta necessario.

“Le ginocchiere si deformavano al punto giusto. Nei movimenti con la doppia tallonata, ho percepito la gomma del tallone che si deformava nel punto giusto. Tutto fluiva ed era perfetto.” (Elias Iagnemma, comunicazione privata, dopo la salita).

Con le prime vie oltre il 9b liberate a Flatanger da Adam Ondra, il mondo dell’arrampicata si è scontrato con un concetto che a molti è ancora indigesto: i knee pad. Molte vie liberate in epoche non sospette (tipo Lapsus ad Andonno) sono state salite senza l’ausilio di ginocchiera, attrezzo che migliora la capacità di un climber di incastrare il ginocchio, con meno dolore e con un grip effettivamente incrementato. Da lì nasce un dilemma etico importante: è legit la ginocchiera? E ancora, se faccio una via con la ginocchiera che è stata liberata senza, il grado è uguale? Non è questo il luogo dove snocciolare le risposte a questi delicati interrogativi, ma è giusto sapere che Exodia è stato liberato con due ginocchiere. Ma torniamo a Flatanger… Molte delle vie lì sarebbero praticamente impossibili senza l’utilizzo di knee pad.

Parliamo di “utilizzo”, non “ausilio”: perché? Semplice.

La ginocchiera diventa parte del corredo del climber moderno e, su vie come Silence o blocchi come Exodia, ogni dettaglio fa la differenza. La ginocchiera è ciò che salta più all’occhio, ma i progressi tecnologici si notano anche su scarpette e magnesite, ad esempio.

Andiamo nello specifico…

Per riuscire ad incastrare dopo il primo boulder (che si aggira sull’8B/+), Elias incastra due gambe e si concede uno scomodo bat rest. Il riposo deve aggirarsi almeno sui quaranta secondi per essere utile, ma inferiore ai cinquanta per poter consentire allo scalatore di avere le gambe riposate per la sezione con la doppia tallonata. In questo no hand rest si condensa tutta la più moderna ricerca in ambito materiale da arrampicata: ginocchiere, scarpette, magnesite, idratazione della pelle. Fatto il riposo – che sarebbe impossibile senza i kneepad – parte la seconda sezione, che gira sul grado 8C/+. Questa seconda parte si caratterizza per una tallonata alla cieca su una “rampetta” di poco più di un centimetro, posta in angolo sfavorevole. Tallonato lì, giro di mani e doppia tallonata su un bordo sfuggente: qui diventa fondamentale la scarpetta. Tanto fondamentale, da richiedere uno stress strutturale al suo tallone, tale da deformare le più resistenti scarpette anche nel giro di pochissime sessioni.

In breve ecco la domanda: senza tali modifiche alle scarpette, senza la magnesite più indicata per quella roccia e senza i knee pad… Sarebbe stato possibile salire Exodia nel 2025?

L’arrampicata è l’unica disciplina che si intrappola in questioni delicate, quando ci si riferisce alle performance legate a strumentazione tecnica specifica? Ecco un paragone ardito!

Se ci piace correre e vogliamo fare una corsetta nel parco, un po’ di buona volontà è tutto ciò che ci serve per arrivare a casa felici. Se invece vogliamo correre la maratona sotto le due ore, tutto dovrà essere perfetto: dalla condizione atletica, ai materiali specifici, al passaggio della bottiglia d’acqua. Quello del maratoneta Eliud Kipchoge infatti non è considerato un record ufficiale per molti motivi, tra i quali il dettaglio dell’acqua passata a mano e non presa da un tavolo. Tra le altre cose, prima di provare il record, è stato studiato un percorso perfettamente in piano, con condizioni climatiche favorevoli e auto di supporto. Per tutta la durata dell’evento ci sono state lepri a rotazione che tagliavano l’aria, fornendo a Kipchoge la scia necessaria per continuare la sua corsa senza dover bucare l’aria. Le stesse scarpe utilizzate da Eliud sono state al centro di molti dibattiti: erano prototipi non disponibili sul mercato, con un largo utilizzo di componenti studiate specificamente per restituire energia ad ogni passo. A molte delle critiche, il kenyota rispose: “Le scarpe non corrono da sole. Ti aiutano, ma devi comunque essere pronto mentalmente e fisicamente.” Anche quella volta, il mostro è stato diviso in più parti per essere contenuto. Eppure correre è una cosa banale. Il record ufficiale è di trentacinque secondi superiore alle due ore, mentre tutto questo puzzle costruito allo scopo di polverizzare il tempo fatto a Chicago da Kelvin Kiptum è appena inferiore alle due ore: una differenza inferiore a sessanta secondi. Più ci si avvicina al limite, più guadagnare un minimo vantaggio richiede un impegno disumano. Per scrivere la storia, non basta sentirsi in forma. Bisogna ricercare la perfezione. Eppure fare una corsetta è una cosa banale.

Parte III. Beta

“Per me i blocchi devono essere sit, mi piacciono di più perché scali il sasso nella sua interezza. La partenza ovvia mi pareva dal rovescio, però poi ho visto che forse si poteva partire sotto. Quest’anno ho ancora aggiunto quei pochi movimenti, ora la linea è davvero completa.” (Elias Iagnemma, comunicazione privata).

In duecento sessioni, le beta si meccanizzano, entrano nella memoria dattilica e il climber sembra non fare neanche fatica a girare sul blocco. Per chi viene dopo, una gran mole di lavoro è già stata fatta. Guardando il video si possono carpire i segreti nelle sezioni più dure e concentrarsi sul trovare qualche “sgamo” che renda le beta più adatte alle capacità e dimensioni del ripetitore. Ma trovare il modo di salire per la prima volta un passaggio? Quella è una sfida nella sfida. Innanzitutto, provare un blocco non ancora salito ti pone davanti ad un dubbio: può essere salito.

Quindi pulisci, prepari, dedichi tempo… E poi magari una presa leggermente sbeccata fa diventare il passaggio da estremamente duro a impossibile. Ecco che tutto il lavoro sprecato.

Quindi si cerca un altro progetto. In linea generale, su un boulder difficile, si provano i singoli e, una volta sbloccati tutti, si sa che il mostro può essere salito. Si passa a provare le sezioni e lo si costruisce. Se un top climber (del 2025) scala agevolmente sul grado 8B/+, già passare all’8C/+ diventa più ostico. Se poi bisogna farli di seguito, allora diventa tutto ancora più piccante. Se poi, come nel caso di Exodia, la parte dura è la seconda… Non serve nemmeno commentare.

Il lavoro di Elias sulle beta si è concentrato non solo sul capire se un movimento è fattibile, ma soprattutto sul trovare il metodo più economico possibile per affrontare ogni singolo. Normalmente è una pratica comune, ma questa volta la ricerca si è spinta ad un livello di ricercatezza che supera la soglia dell’ossessione. Ad esempio, pochi gradi di inclinazione in più o in meno del polso rendono comunque possibile il movimento di ingresso, ma pregiudicano la riuscita dell’intera lunghezza. Per spiegare al meglio il concetto base delle beta di Exodia, possiamo avvalerci della filosofia Shaolin. La concezione di perfezione nella filosofia Shaolin è profondamente radicata nel Buddhismo Chan (Zen) e non è vista come un punto di arrivo assoluto, ma come un continuo processo di miglioramento, armonia e integrazione tra corpo, mente e spirito. Al momento, la salita di Exodia rappresenta l’apice della perfezione nella carriera verticale di Elias.

Parte IV. Preparazione fisica

“Il primo giro sono caduto a prendere la pinza. Normalmente, quando cado lì, mi sento stanco. Percepisco un affaticamento muscolare. Quel giro no, sono caduto ed ho detto… Ok, non sono neanche stanco.” (Elias Iagnemma, comunicazione privata, dopo la salita).

Il concetto di forma fisica è estremamente difficile da padroneggiare. Praticamente ogni top climber passa nella sua carriera diverse fasi, che iniziano sempre con l’allenarsi tanto. Il concetto di allenamento poi si interiorizza e, grazie ad una maggiore consapevolezza, arriva a mutare. L’allenamento migliore non è più quello che distrugge, bensì quello che consente al corpo di arrivare al limite senza mai rompersi. Diventa così fondamentale imparare ad ascoltare le proprie sensazioni, capendo quando è il momento di lasciare andare e passare al riposo. La chiave su Exodia, per Elias, è stata in parte anche questa, tanto da quasi costringerlo a viaggiare sempre con il freno a mano un pelo tirato. Ogni arrampicata, ogni sessione con amici, ogni allenamento era divertimento ma anche minaccia. Per Exodia, Elias ha dovuto trovare un equilibrio perfetto tra peso, riposo e allenamento. Il corpo di un atleta di alto livello è come il motore di una macchina da corsa: capace di performance incredibili, ma altresì incredibilmente fragile. Quando sei al top, è il momento di maggior rischio. Andando nello specifico, su Exodia la routine è stata chiave: dopo le 16.20 infatti, Elias sa di avere il picco di attivazione biologica, il momento ideale. Tutto è stato costruito intorno a questo dettaglio, a partire dall’alimentazione, al riposo cronometrato di almeno quaranta minuti, all’orario del primo tentativo buono. Andando così al limite, un solo tentativo è estremamente dispendioso, serve tanto recupero. Passando molto tempo a recuperare, in una singola sessione si possono fare pochissimi tentativi buoni, due o tre al massimo. Facendo un passo indietro e guardando il quadro nell’insieme, si può ben comprendere quanto sia difficile far collimare la forma fisica con la condizione ambientale, essendo consapevoli del fatto di avere due o tre cartucce da sparare in una singola sessione. Questa è la presenza mentale.

Parte V. Presenza mentale

“L’unica cosa, se posso chiedervela raga, è il silenzio quando scalo. Il tifo mi sconcentra, il silenzio mi accompagna nella zona.” (Elias Iagnemma, comunicazione personale, prima di un tentativo).

“L’urlo che ho cacciato lì non era di fatica. Era per dirmi che stavo proprio bene, bene come mai prima.” (Elias Iagnemma, comunicazione personale, dopo un tentativo quasi perfetto).

Immaginiamo la cosa più naturale del mondo: innamorarsi. Se pensiamo di aver trovato la nostra persona e questa ci respinge, quanto tempo possiamo passare a migliorarci per conquistarla? Quanti “no” possiamo sopportare? Possiamo andare avanti più di quattro anni a tentare di conquistare questa persona o lasciam perdere prima? (Forse quattro anni di corteggiamento in alcuni casi costituisce anche un reato!).

La salita di Exodia parte proprio dal concetto di innamoramento: una linea completa, ricca di aspetti magnifici e di difetti che la rendono irresistibile. I colori stregano, le sue prese sembrano scolpite dal Canova, le sue condizioni sono invece figlie del demonio. Un mix letale, che conduce prima alla locura e poi, forse, all’estremo piacere. Se da un lato c’è questo amore viscerale per la linea, dall’altro la disciplina è la chiave per il successo. Anche questa volta, la filosofia Shaolin ci viene in supporto: il termine perfetto è Jianchi. Nel concetto di Jianchi si racchiudono perseveranza, impegno costante, tenacia e costanza. Se l'abilità tecnica (Gong) può essere imparata, è il Jianchi che la rende duratura e la trasforma in vera maestria. Arrivare col sole, attendere l’ombra, riscaldarsi con il trave. Rifare tutti i singoli. Curare ogni piccola crepa nella pelle. La magnesite. I pad sistemati sempre nel medesimo posto. Il cambio pantalone, da lungo a corto, il freddo sulla pelle. La ginocchiera, prima a destra e poi a sinistra. La chiusura ossessiva al punto giusto: troppo blocca la circolazione ottimale, troppo poco non crea il giusto attrito. Il silenzio. Un respiro, due. Mano sinistra, mano destra, il piede destro in appoggio, il sinistro schiacciato. Si parte. La routine ha per molti un senso dispregiativo, viene associata alla pigrizia. Nello sport di alto livello, le routine sono elementi fondamentali per ottimizzare la performance, agendo come un ponte tra la preparazione fisica e lo stato mentale ideale. Consentono di non dimenticare nulla, arrivando preparati in termini di materiali e, ovviamente, sicurezza. Le routine, inoltre, facilitano l’ingresso nella zona: molti dicono che le gare iniziano la sera prima, quando si prepara il materiale per l’indomani. Quattro anni e duecento sessioni sono affrontabili solo e soltanto con una presenza mentale fuori dal comune. Sapere che hai due (a limite tre) tentativi buoni a disposizione, sapere che devi farli coincidere con il picco di attivazione biologica, sapere che devi mixare tutto con il giusto momento atmosferico, sapere che un piccolo dettaglio può far sfumare un ottimo tentativo. Il puzzle è complesso, la via per la perfezione lunga e insidiosa.

La salita: l’evocazione

Duecentoundici sessioni. L’undici del mese undici. Se si sommano i primi due uno della data, si ha due - undici, duecento undici. Il numero undici ha molti significati: l’11 è considerato un numero maestro in numerologia perché è il primo della decade successiva al dieci, simboleggiando una nuova fase. È collegato a una forte intuizione, alla spiritualità e alla crescita interiore, rappresentando una sorta di "super-coscienza". Simboleggia una grande apertura mentale e la capacità di avere una visione d'insieme e di cogliere idee che vanno oltre la comprensione ordinaria, venendo spesso associato a guide spirituali, "numeri angelici" e saggezza, rappresentando un ponte tra la realtà terrena e il mondo spirituale. Nei Tarocchi, l’undici corrisponde alla carta della "Forza", che indica coraggio, determinazione e controllo interiore. Ma basta con le parole. D’altronde in queste imprese, le parole non sono nulla. Verba volant Exodia manent.

Ecco i numeri della FA di Exodia:

  • 211 sessioni
  • 60 gradi di inclinazione
  • 25 movimenti di mano
  • 8 metri di sviluppo
  • 4 anni e mezzo dal primo tentativo
  • 2 ginocchiere
  • 1 scalatore: Elias Iagnemma

Credits
Articolo di Alessandro Palma
Foto di Lorenzo Cravero e Alessandro Palma

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